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Brucaliffo [ Feed your head: Disinformation is a weapon of mass destruction ]
 



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Perché
Feed your Head?
ovvero: whiterabbit


Quando insegui un coniglio
e sai di stare cadendo
vai a raccontare
che è stato un Brucaliffo
che fumava il Narghilé
a chaimarti...

Quando i pezzi della scacchiera
si alzano
e ti dicono dove andare
e hai appena preso un fungo
e la tua mente si muove lenta...

Quando la logica e le proporzioni
si sono addormentate
e il Cavaliere Bianco
parla al contrario
e la Regina di Cuori
perde la testa...

Ricorda
ciò che ha detto il ghiro:
Nutri la tua mente
Nutri la tua mente
Nutri la tua mente

.White Rabbit.JaffersonAirplane



6 agosto 2007


Picchiare a fin di bene (i giudici di Cassazione)

Quel che conta, si dice, è lo spirito con cui si fanno le cose. E così se un padre, una madre e un fratello chiudono in casa una ragazza, la legano a una sedia e la pestano a sangue («però solo tre volte»), la cosa diventa accettabile se i fustigatori sono animati dalle migliori intenzioni, se le botte sono «per il bene della ragazza». Dove il bene, in questo caso, risiede nell’intenzione dei genitori di evitare che la figlia si suicidasse per sottrarsi alle violenze della famiglia. In queste circostanze, evidentemente, la reclusione e i pestaggi non costituiscono reato: lo ha deciso, con una sentenza di due giorni fa, la Corte di Cassazione, nel terzo e ultimo capitolo di un vero e proprio processo alle intenzioni che ha scosso la stampa e alcuni politici di entrambi gli schieramenti. Una sentenza che conferma la decisione già presa dalla corte d’Appello di Bologna (in primo grado, invece, i tre erano stati condannati) e che fa sorgere il dubbio che, forse, in Italia si stia facendo qualche passo indietro in materia di diritti delle donne. O, se non altro, che il rischio ci sia.
In questa calda estate italiana, i campanelli d’allarme ci sono stati: a cominciare dalla vicenda di Montalto di Castro, dove il sindaco diessino aveva stanziato 40 mila euro per la difesa di otto giovani accusati di avere stuprato una ragazzina di 16 anni («ma lei non era una santarellina», assicurano gli amici degli imputati, quasi sia un’attenuante per loro), ricevendo la dura condanna delle donne (e non solo delle donne) del partito. Insomma, sorge il dubbio che il nostro sia ancora un paese in cui è ancora comune, se non diffusa, la percezione che lo stile di vita, vero o presunto, di una donna giustifichi la violenza e che, tutto sommato, le botte possono essere uno strumento per metterla in riga.
In un’altra estate calda, un anno fa, l’Italia fu scossa dalla vicenda di Hina Saleem, la ragazza pachistana uccisa dal padre, reo confesso. La sua colpa, pare, era seguire uno stile di vita troppo occidentale: «L’ho fatto in un momento di rabbia», si è giustificato il papà di Hina davanti ai carabinieri, «non volevo diventasse come le altre». Anche se la decisione di uccidere la ragazza forse fu presa dopo un consulto di famiglia, cui parteciparono altri parenti.
Alcuni osservatori hanno già paragonato la vicenda di Fatima R., la ragazza di Bologna picchiata dai genitori e dal fratello «benintenzionati», a quella di Hina Saleem. Come Hina, anche Fatima proviene da una famiglia musulmana molto conservatrice, in questo caso di origine maghrebina: volevano punirla per il suo stile di vita troppo libero, all’occidentale, aveva concluso il processo di primo grado. Non sappiamo se davvero dietro la vicenda di Fatima si celi davvero uno “scontro di civiltà” tra mondo islamico conservatore e Occidente libertino, o se sia, più semplicemente, l’ennesimo caso di barbarie nei confronti delle donne. Più importante del movente, inoltre, è che nel processo di primo grado siano emersi i fatti, per altro mai smentiti in appello o in Cassazione: i parenti di Fatima la picchiavano, e l’hanno segregata in casa. In una democrazia, sequestro e maltrattamenti costituiscono reato e vanno puniti, che a subirli sia un uomo o una donna poco importa. Poco dovrebbero contare, poi, le intenzioni, buone o cattive, degli aguzzini. In un certo senso, si può supporre che anche il padre di Hina Saleem potesse pensare di agire nell’interesse della figlia: meglio morta che svergognata, avrà pensato in base a una logica violente e distorta. Anzi, a noi sorge il dubbio che chiunque pensi che davvero si possa picchiare una donna «per il suo bene» ragioni in base a una logica distorta e pericolosa. Ma andate a spiegarlo alla corte di Cassazione.

Pubblicato sul Riformista del 4 agosto.




permalink | inviato da Brucaliffo il 6/8/2007 alle 12:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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